Intervista a Marco Olivotto

Intervista Marco Olivotto

Ecco a voi un’intervista non convenzionale a Marco Olivotto! Se volete scoprire il suo approccio durante la post produzione, capire quando abbiamo finito di ritoccare un’immagine e perchè no, farsi un pò di c…fatti suoi!…non vi resta che leggere! Ciao Amici!!! 1) Ciao Marco, benvenuto! Vuoi parlarci un po’ di te?

Grazie, Francesco. Sono nato a Rovereto, in Trentino, 46 anni fa. Sono laureato in Fisica e la mia attività predominante fino a poco tempo fa era legata alla musica: sono un tecnico del suono e produttore. Da qualche anno, in maniera progressiva, mi sono dedicato anche alla correzione del colore e alla post-produzione, per necessità professionale ma prima di tutto per passione. La domanda giusta forse sarebbe: “cosa farai da grande?”. Ti rispondo che non lo so, ma spero che sia interessante. Ora come ora, lo è – moltissimo.

2) Quali sono le tue passioni nella vita?

Troppe per elencarle, temo. Se proprio devo, metto davanti a tutto mio figlio Simone. Poi, in ordine sparso, la musica, la fotografia, l’immagine, il colore… e la mente umana, in tutte le sue accezioni. Qualsiasi cosa possa “cibare il pensiero”, realmente.

3) Immagina di spiegare il concetto di “correzione del colore” a un bambino di 7 anni, come glielo diresti?

Forse la risposta ti sorprenderà, ma mio figlio – che di anni ne ha tre – ha le idee molto più chiare di me sul colore. Quando disegna attraversa i suoi “periodi”: rosso, blu, verde… ma se chiami “viola” un colore che in realtà è un grigio scuro un po’ tendente al magenta, lui risponde “no, è grigio!”. E ha ragione. Quello che voglio dire è che i bambini hanno un approccio istintivo a queste cose, e questo è forse il punto di partenza migliore. E, sottolineerei, amano i colori vivaci: qualcosa che dovrebbe farci riflettere molto. In ogni caso partirei a spiegare quello che ogni bambino sa già: che un giallo e un azzurro sovrapposti danno il verde, e via dicendo. E lo inviterei a sperimentare ogni possibile combinazione. Quelle sono le fondamenta di tutto, e sono fondamenta su cui molti professionisti hanno ancora le idee confuse.

4) Perchè secondo te non è molto diffusa in italia la correzione del colore e spesso viene confusa con la gestione del colore?

Vedo due problemi: uno è puramente linguistico e uno è legato alla formazione. Quello linguistico: in inglese si parla di “color correction” e “color management” – due termini che non si possono confondere. In italiano abbiamo “correzione” e “gestione”, che entrambi finiscono in “one”. Vero che nessuno confonde “fotografia” con “radiografia”, ma dobbiamo tenere conto che questi termini sono relativamente nuovi. E qui si arriva al secondo problema: c’è stata poca formazione di base sulla correzione del colore, e quindi si tende a fare di ogni erba un fascio. Aggiungerei che chi è esperto di gestione del colore non necessariamente sa operare una correzione; ma il viceversa, entro certi limiti, è diverso: se ti occupi di correzione del colore acquisisci in maniera naturale molti dei concetti alla base della gestione dello stesso, e il passo è molto più semplice da fare, alla fine.

5) Qual’è il tuo approccio durante la post produzione? Sei più istintivo o riflessivo?

Il primo passo è sempre una lettura dell’immagine: senza un’analisi quantitativa dello scatto che hai davanti, rimani al palo. Per questo motivo io insisto sempre sulla lettura dell’immagine intesa in senso tecnico, perché per correggere un problema dobbiamo poterlo individuare. Poi esiste indubbiamente un margine creativo, e lì davvero a volte l’istinto è importante. Recentemente però ho letto l’opinione di qualcuno che sosteneva che in post-produzione la cosa migliore è “girare le manopole” fino a che non si raggiunge un risultato emozionante: è un’opinione rispettabile, ma errata. Io preferisco un’emozione che si possa riprodurre correttamente sul web, sulla carta di una stampante ink-jet e magari anche stampata sulla pagina di un quotidiano – e questo non può prescindere dalla tecnica. Vero che furono dei dilettanti a costruire l’Arca di Noè, ma credo che conoscere bene le regole fondamentali della statica prima di mettersi a progettare e realizzare un grattacielo non sia affatto sbagliato.

6) Come fai a capire quando un’immagine è finita?

Domanda terribile. Ho due risposte: la prima è che nessuna immagine è mai finita; l’immagine si abbandona esattamente come una persona con cui è finito un dialogo. La seconda è che a un certo punto l’immagine ti si rivolta contro: peggiora, invece di migliorare. Questo significa che forse è emerso tutto quello che poteva emergere. Ma potrebbe arrivare un secondo ritoccatore e ottenere un risultato migliore del tuo attraverso un’altra strada: e credo che se mi mettessi davanti allo stesso scatto corretto da diversi colleghi che conosco bene potrei indovinare la “mano” della maggior parte di loro. Non ti so dare una spiegazione razionale, ma il modo in cui, ad esempio, Davide Barranca pensa il contrasto è diverso dal mio, ed entrambi abbiamo un’idea del colore diversa da quella, sempre ad esempio, di Alessandro Bernardi o di Tiziano Fruet. Il bello è che nessuno di noi è “il migliore” in senso assoluto. Sono le immagini che parlano per noi, alla fine. Decidono loro, e, per usare una metafora, ci vogliono bene a turno. Sono assai capricciose, purtroppo!

7) Essendo allievo del grande Dan Margulis, cosa ci dici su di lui?

Difficile parlare di un personaggio della sua statura. Credo che sia uno dei migliori didatti di tutti i tempi, non solo nel nostro campo; ma il suo metodo didattico è quasi impossibile da riproporre per quanto è suo e originale. A livello medio-alto, non credo si possa trovare insegnante più generoso e migliore di lui, mentre non credo che sarebbe altrettanto efficace nella formazione di base, perché il suo approccio non è molto sistematico. Quindi servono delle basi, anche minime ma solide, su cui fondare il formidabile sistema tecnico e filosofico che caratterizza il suo lavoro – altrimenti crolla tutta la baracca e tu ci rimani sotto. Sono peraltro onorato di essere stato suo allievo, e, credo di poter usare questo termine, di averlo come amico anche al di fuori delle classi. Un grande, in tutti i sensi possibili.

8) Quanto influisce il tuo stato d’animo durante la correzione di un’immagine?

Domanda doppiamente terribile – e temo che la mia risposta sarà indiretta. È un lavoro tecnico, quindi non puoi scendere al di sotto di un certo limite qualitativo. Però hai delle scelte. Un esempio: se sei un pianista e devi suonare in pubblico la sera stessa in cui hai sofferto un grave lutto, hai tre possiblità: non suonare affatto, dare il minimo che il pubblico si aspetta da te (ma garantendo quel minimo), o usare il tuo dolore come volano per fare qualcosa di irripetibile e indicibilmente bello. Credo che la scelta vari di volta in volta, a seconda delle situazioni. Personalmente, però, lavoro meglio quando sono sotto pressione, perché sono meno dispersivo. E in ultima analisi, lo faccio per me: devo innanzitutto riuscire a dire qualcosa a me stesso. Poi come il risultato verrà visto al di fuori in fondo è relativamente poco rilevante: so fin troppo bene che non esiste la versione definitiva, totale, ultima e assoluta di un’immagine, e quindi… che sia ciò che deve essere. Forse tra dieci anni avremo tecniche che lo stesso Margulis in questo momento non potrebbe concepire. E mio figlio tra trent’anni farà cose che non potremmo neppure sognare, ora. Quindi – perché fermarci a cercare di essere gli unici, i migliori, gli unti dal Signore del Colore? In inglese direi un’espressione intraducibile, in senso stretto, in italiano: “this is rubbish”.

9) Pensi che il modo di percepire le immagini sia cambiato negli ultimi anni?

Credo di sì, soprattutto nelle campagne pubblicitarie. Vedo alcune cose che trovo eccellenti e altre che considero semplicemente ridicole. Non so bene, ad esempio, perché molte ditte produttrici di capi d’abbigliamento pensino che la pelle umana (quella femminile in particolare) sia blu o verde, ma se questo è lo stile non discuto. Penso purtroppo che ci accontentiamo spesso di una qualità mediocre. Le fotografie anche ufficiali che arrivano nel contesto di certi lavori editoriali spesso sono state scattate da dilettanti, non da professionisti: e si vede. Per tanto che si intervenga, non si possono raggiungere certi livelli qualitativi partendo da originali compromessi. In ogni caso sappiamo oggi molto di più sulle immagini digitali di quanto non sapessimo anche solo dieci anni fa, e il mondo come sempre arriverà a un certo punto a stabilizzarsi su una tecnologia ancora abbastanza nuova. Che poi verrà soppiantata al momento opportuno… quindi, cicli e ricorsi, come è giusto che sia.

10) Credi nel lavoro di squadra o pensi che ognuno debba pensare con la propria testa durante questo lavoro?

Credo ciecamente in una squadra di teste pensanti che abbiano l’umiltà di condividere le proprie idee con tutti gli altri ascoltando quelle altrui. Sembra puro idealismo, ma non è vero: RBG, il Roberto Bigano Group di cui faccio parte, funziona esattamente così – ed è una delle più fulgide esperienze culturali, lavorative e umane della mia esistenza. Anche perché non è un gruppo a chiamata: ci entri quasi per caso, e nessuno ti obbliga a restare. È come una specie di corrente di pensiero miracolosamente diventata solida e reale. E proprio per questo, come esperienza, è quasi irreale per quanto è positiva. Per quanto riguarda le immagini vorrei ricordare che accade spessissimo che due correzioni apparentemente diversissime possano produrre un risultato ancora migliore se mescolate tra loro. Qualcosa da cui dovremmo imparare, davvero. Ho sintetizzato questo concetto alla fine di una serie di video didattici sullo script ALCE realizzato da Davide Barranca: lui la mente, io il braccio didattico. “My color, your contrast.” era la mia dedica. Ultimamente, però, lui produce colori migliori dei miei e io creo contrasti più interessanti di lui, quindi i ruoli andrebbero scambiati – e questa cosa l’abbiamo sperimentata solo pochi giorni fa. Questo dimostra solo quanto sia impermanente ciò che facciamo. Il bello è tutto lì, credo.

11) In questo momento qual’è il tuo sogno più grande?

In questo campo… continuare a imparare, e passare quello che so ad altri, una volta che lo avrò acquisito. E, aggiungerei, continuare a imparare soprattutto dalle persone a cui spiego le cose. Si possono scoprire aspetti totalmente inaspettati di qualsiasi materia, lavorando con degli allievi.

12) E la paura?

Che le teste pensanti di cui sopra si ritirino a pensare da sole. È un mondo difficile, e abbiamo bisogno di tutto fuorché di questo, soprattutto in Italia. In questo momento credo che chiunque possa pensare di portare avanti un discorso nel campo della correzione del colore in arrampicata solitaria stia commettendo un grandioso errore di valutazione. Il problema è che durante le arrampicate a un certo punto l’ossigeno scarseggia: e avere uno o più compagni di cordata con un paio di bombole di scorta può salvarti la vita. Non è più il momento dei settorialismi: è una visione antiquata e riduttiva. Internet lo dimostra in maniera così lampante che rischiamo di non accorgercene. E, come dice l’amico e collega Marco Diodato, la conoscenza condivisa è conoscenza moltiplicata. Chi si apre agli altri, in questo momento, forse avrà la possibilità di continuare. Gli altri, in tutta onestà, non lo so.

13) Che differenza vedi tra un videocorso e una classe “dal vivo”?

Un abisso, ma sono comunque due lati della stessa realtà. Il videocorso è in qualche modo il monologo di un insegnante che spiega delle nozioni, e il vantaggio è che chi ne fruisce può calibrare su se stesso i ritmi di apprendimento: può vederlo tutto in una volta, prenderlo a piccole dosi, fermarsi e riascoltare qualcosa che non ha capito. La classe è interazione: odio i frangenti in cui c’è un piedistallo da cui il docente parla a un pubblico semi-addormentato. Se alla fine di un seminario non sono stanco, qualcosa non ha funzionato: e lo dico come docente ma anche come fruitore. Io voglio essere stanco, e voglio che i miei ascoltatori siano stanchi – altrimenti avranno pagato per nulla. Non si impara né si insegna senza fatica, semplicemente. Ma sono le domande anche difficili della classe che ti stimolano a vedere le cose da un nuovo punto di vista e a crescere. Una classe che non chiede nulla è un’anomalia. E un insegnante che non risponda – a costo di rispondere “non lo so” – non è un insegnante.

14) Infine che consigli dai a chi si sta affacciando adesso nel mondo della correzione del colore?

Tre parole: cervello, occhi, cuore. Tutti e tre aperti. E tanta pazienza: preparatevi a passare migliaia di immagini, a vivere trionfi seguiti da inenarrabili disastri, e a passare per strada pensando “quel vestito che sto guardando è chiaro nel canale del rosso, meno in quello del verde, praticamente nero nel canale del blu”. Il resto verrà da solo.

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Corso Color Correction 17 Maggio Marco Olivotto

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